La centralità delle politiche sociali nella crisi economica

3 marzo 2009 | Pubblicato in: home, Welfare

Il sistema socio-assistenziale italiano si trova oggi a fronteggiare i profondi cambiamenti che hanno investito il tessuto sociale: l’invecchiamento della popolazione, le condizioni d’insicurezza e di precarietà, le nuove povertà aggravate dalla crisi attuale, le disparità sempre più acute che si registrano nei redditi e nelle condizioni di vita, l’indebolirsi o il venir meno delle tradizionali reti di relazioni familiari e sociali, i flussi migratori. 

  • La spesa per la protezione sociale vede ancora oggi l’Italia collocata agli ultimi posti fra i maggiori paesi dell’UE. Per l’assistenza in senso stretto siamo fermi a un 3% del PIL (dato2006), addirittura in regresso rispetto al 3,5 del 1997.
  •  Anche con la recente legge finanziaria, e dopo la manovra estiva, gli enti locali sono costretti a registrare un pesante taglio alle risorse disponibili. Dal Fondo per le politiche sociali a quello per il servizio civile, dal Fondo per la famiglia a quello per le politiche giovanili la spesa socio-assistenziale da erogare a regioni ed enti locali passerà da 3 a poco più di 2,4 miliardi. L’unico intervento che ottiene un’integrazione del finanziamento è costituito dal Fondo per le non autosufficienze che passa dai 300 milioni del 2008 ai 400 milioni del 2009. Tutto questo avrà un impatto dirompente sulle politiche sociali dei comuni che devono far fronte ai consistenti tagli subiti anche negli altri settori, nel generale stato di sofferenza della finanza locale. Il risultato sarà una riduzione dei servizi sociali, del livello di copertura della popolazione fragile e un aumento delle quote di partecipazione alla spesa a carico dell’utente.
  • Si rende necessaria, soprattutto in questa fase di crisi economica, una svolta radicale nelle politiche sociali, che consenta di superare con gradualità, ma con tempi certi, l’attuale condizione residuale in cui ancora oggi si trovano relegate nel nostro Paese per porle al centro, in questa importante stagione di cambiamento e di transizione verso un assetto federale della finanza pubblica, di una vera e propria svolta riformatrice di cui siano protagonisti proprio i soggetti del welfare e, in primo luogo, le amministrazioni locali.
  • Tale svolta riformatrice deve consentire di fare delle politiche di welfare uno dei motori del superamento della crisi, ricostruendo nuovi modelli di coesione e d’inclusione sociale, partendo dalle fasce sociali più svantaggiate, rafforzando i diritti e le tutele, anche come condizione per costruire un più avanzato rapporto di fiducia fra istituzioni e cittadini.
  • La qualificazione e il potenziamento della dimensione locale e territoriale del welfare deve essere una delle leve fondamentali di questo processo, che coinvolge in primo luogo le funzioni e le responsabilità delle istituzioni più vicine ai cittadini. Gli enti locali sono infatti chiamati in prima battuta a rispondere alle molteplici e mutevoli domande sociali, attraverso la diffusione e il potenziamento della rete dei servizi sociali e socio-sanitari, la costruzione di una “governance” condivisa del sistema, capace di valorizzare la partecipazione dei cittadini, delle formazioni sociali, del volontariato, del terzo settore, le diverse forme di autorganizzazione della domanda sociale e le figure professionali sociali. Si tratta di un sistema già definito e avviato in molte realtà locali e regionali, sulla base delle indicazioni e dei principi della Legge Quadro di riforma n° 328 del 2000, rimasta però ancora largamente inattuata in alcune sue parti fondamentali e del tutto ignorata dal Libro verde dal ministero del Welfare. 
  • Occorre perciò riaffermare con forza – come già nello spirito e nella lettera della L. 328 – la centralità del piano sociale di zona, come struttura portante dell’infrastrutturazione sociale del territorio e base del sistema di welfare. In questo contesto occorre superare i contenziosi che in alcune regioni sono aperti con gli enti locali sull’attribuzione delle risorse del Fondo sociale.
  • La stessa riforma del titolo V della Costituzione ha confermato il valore strategico della legge 328 e la chiarezza del percorso da questa indicato al Governo, alle Regioni, alle Istituzioni locali e alle forze sociali di cui indichiamo, in sintesi, i capisaldi:
    • definizione di un piano strategico pluriennale che, pur con le necessarie gradualità, consenta il finanziamento integrale dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, partendo dalle priorità indicate dall’Osservatorio sulla L. 328 (costituito da Legautonomie, Anci, Upi, Cgil, Cisl, Uil e Forum Terzo Settore):
    • sostegno alle responsabilità familiari attraverso un potenziamento dei servizi alla prima infanzia;
    • un piano di assistenza alle persone non autosufficienti;
    • un programma con specifiche misure di contrasto alla povertà, di inclusione sociale e sostegno occupazionale delle persone in stato di difficoltà.
  • Attivazione di un sistema informativo nazionale e dei servizi sociali, come già previsto dalla L. 328 (art. 21), da articolare anche a livello delle Regioni e degli enti locali.
  • Il federalismo fiscale e soprattutto il passaggio dalla spesa storica a una spesa fondata sui costi standard possono rappresentare, per il sistema dei servizi sociali nel nostro Paese, una concreta sfida per l’efficienza della spesa sociale e una reale occasione di sviluppo. Tutto questo a condizione che in partenza vengano definiti i livelli essenziali, includendo tra questi tutta la spesa sociale, la spesa sanitaria, quella per l’istruzione e l’edilizia scolastica, partendo dai bisogni cui si intende prioritariamente rispondere e, secondo quanto previsto dal Titolo V della Costituzione, assicurandone il finanziamento integrale da parte dello Stato sulla base della convergenza, in tempi certi e condivisi, verso i costi standard delle prestazioni e la costruzione di un sistema di finanziamento che superi i trasferimenti centralistici e sia fondato su un mix di compartecipazioni ai tributi erariali, tributi propri e fondo perequativo. Potranno così compiersi il superamento del welfare assistenziale e il passaggio a un sistema di servizi e prestazioni fondato sul pieno esercizio dei diritti di cittadinanza (come nello spirito e nella lettera della legge di riforma) e sul rispetto e sulla piena valorizzazione dell’autonomia e della responsabilità delle autonomie locali e regionali.
  • Occorre inoltre concretizzare – attraverso un’intesa fra tutti gli attori istituzionali: Stato, Regioni, enti locali – un preciso programma di investimenti sul territorio con adeguate risorse aggiuntive destinate alla coesione e alla solidarietà sociale, in attuazione del Comma V dell’art. 119 della Costituzione. Le risorse a tal fine programmate devono essere finalizzate alla diffusione della rete dei servizi, all’accesso ai servizi stessi, agli interventi personalizzati mirati alle necessità delle persone e delle famiglie, al superamento dei ritardi e delle inadempienze nell’integrazione dei servizi sociali e sanitari.
  • La rete dei servizi sociali territoriali deve puntare al coordinamento con le politiche abitative, dell’istruzione, della formazione professionale e del lavoro. Fatte salve le primarie responsabilità dello Stato, le Fondazioni di origine bancaria sono chiamate a un ruolo importante ai fini dell’implementazione degli investimenti sociali, sulla base di intese con le istituzioni territoriali.

 Alla luce delle analisi e delle indicazioni sommariamente esposte, appaiono ancor più inaccettabili i continui tagli e ridimensionamenti di spesa decisi dall’attuale governo (vedi riduzione del Fondo sociale e dei trasferimenti, soppressione dell’ICI sulla prima casa, ecc.); al contrario, interventi come la social-card e il bonus famiglia, oltre che insufficienti, non hanno alcun carattere strutturale, ispirandosi a logiche meramente assistenzialistiche e di tipo  centralistico.

 Nel rispetto degli obiettivi qui indicati, gli assessori alle politiche sociali che sottoscrivono il presente documento intendono avere momenti costanti di collegamento e di confronto per costruire una comune piattaforma politico-programmatica da sottoporre al Governo e al Parlamento e per affermare la dovuta centralità della questione sociale che li vede, accanto ai sindaci e ai presidenti, primi destinatari delle domande delle fasce più deboli della cittadinanza, in un delicato momento di crisi economica e di passaggio verso una maggiore assunzione di responsabilità politiche e fiscali.