Il referendum sulla caccia non si farà

Il 3 giugno non si terrà il referendum sulla caccia: il Consiglio regionale ha approvato un emendamento alla legge finanziaria 2012 presentato dall’assessore Claudio Sacchetto che prevede l’abrogazione della l.r. 70/96, il conseguente decadimento della consultazione.

Si potranno così risparmiare i 22 milioni di euro che la Regione avrebbe dovuto spendere per consentire le operazioni di voto.

Inoltre, sarà possibile adeguare la legislazione piemontese ai cambiamenti intercorsi in questi 16 anni – mutamento delle condizioni in cui si esercita la caccia, della fauna, del territorio e delle attività condotte su di esso – con una normativa allineata a quella delle Regioni confinanti e che concepisca la caccia in tutte le sue sfumature. Fino alla sua approvazione sarà in vigore quella nazionale (n.157/92).

Il presidente Roberto Cota ha dichiarato che “non appena approvata la finanziaria, si esprimerà la Commissione di garanzia in relazione al referendum, e prenderemo atto della sua valutazione. E’ ovvio che saluto positivamente il risparmio di 22 milioni, che, in un momento così delicato, potranno essere impegnati a sostegno delle categorie più deboli”.

In allegato il link del comitato referendario con tutte le informazioni : http://www.referendumcaccia.it/

Imu e finanza comunale. “La domanda è: si può fare diversamente?”

Nata come uno dei capisaldi del nuovo assetto della finanza pubblica locale, dettati dalla legge delega sul federalismo fiscale, l’IMU si è rivelata, nelle concrete modalità attuative disciplinate dal Governo Monti, un’ imposta centrale con la quale i Comuni sono costretti a fare i conti in tempi strettissimi, con stime di gettito aleatorie e senza effettivi benefici per i loro bilanci, già aggrediti dalle precedenti manovre varate dal Governo Berlusconi.

 

Essa inoltre è lontanissima dal rispetto dei principi e dei criteri direttivi generali dettati dal decreto sul federalismo municipale, in particolare quelli della trasparenza del prelievo, della responsabilizzazione dei livelli di governo locale,della semplificazione e della riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti. La disciplina dell’IMU contrasta anche con le norme stabilite nello Statuto del contribuente, minando ancora di più la compliance fiscale, il patto di lealtà che lega i cittadini allo Stato.

Ho già avuto modi di evidenziare in altre occasioni come la vicenda dell’IMU sia infatti alquanto grottesca non solo per i Comuni ma anche per i cittadini, i quali dovranno fare i conti con meccanismi così farraginosi e complicati che il Governo ha già anticipato l’intenzione di non emettere sanzioni a carico dei contribuenti che commetteranno errori nel calcolo dell’imposta. Le richieste di modifica avanzate dal sistema delle autonomie: dalle scadenze alle esenzioni, dalle dichiarazioni alle aliquote, dalle agevolazioni ai termini di approvazione dei regolamenti sono state ignorate.Il livello di confusione è tale che i comuni, chiamati ad approvare i loro bilanci preventivi per il 2012, rischiano di elaborare stime di gettito destinate a essere modificate da una successiva revisione delle aliquote. Tutto questo mentre l’esercizio 2012 è in corso e il livello delle entrate è fortemente condizionato da una crisi di liquidità sempre più marcata e da una gestione dei flussi finanziari aggredita nelle sue fondamenta dal ripristino della tesoreria unica, sostanzialmente da un esproprio forzoso di risorse che rappresentavano un importante polmone finanziario per sostenere le politiche locali.

L’imposta è nel concreto una patrimoniale statale occulta, dove però a metterci la faccia sono i Sindaci; ed è sempre meno un’imposta municipale, con evidenti invasioni di campo del governo che fissa la compartecipazione di propria competenza, riduce l’autonomia regolamentare degli enti locali, stabilisce come pagare, fissa aliquote base e predispone stime di gettito prive di riscontri effettivi. Ciò genera difficoltà di governo delle entrate negli oltre 8.000 comuni italiani, i quali sono costretti ad elevare al massimo le aliquote delle addizionali e le tariffe dei servizi.

L’autonomia finanziaria è ritornata infatti nella disponibilità dei comuni, che hanno riconquistato ampi margini di manovrabilità della leva fiscale. L’addizionale Irpef può essere istituita o elevata sino allo 0,8 per cento. Il problema è che ogni intervento di natura fiscale va ad incidere su basi imponibili già ampiamente erose dalle misure dettate dal centro, ampliando evidentemente gli effetti recessivi sul tessuto economico locale e le ricadute indirette sui livelli di protezione e coesione sociale.
Su un gettito complessivo dell’imposta stimato in poco più di 21 miliardi di euro, circa 12 andranno allo Stato, sia sotto forma di tagli ai trasferimenti che sotto forma di interventi sul fondo di riequilibrio. Mentre i Comuni, che dovrebbero ricevere circa 3,2 miliardi dal gettito sulla prima casa finiranno per perderne 2,5 a causa dei tagli operati con le ultime manovre.In questo contesto è sempre più difficile per i Comuni garantire accettabili livelli di servizio ai cittadini.Le misure del governo inoltre prevedono una riforma della tassa di scopo, già presente nell’ordinamento, per finanziare le opere pubbliche. Si tratta di uno strumento di trasparenza a suo tempo richiesto dalle autonomie, perché rende evidente la destinazione del prelievo fiscale, ma che oggi, nella sua concreta attuazione, rischia di provocare un ulteriore impatto recessivo che va a gravare sullo stesso cespite interessato dall’ Imu.
Fin qui le critiche. La domanda è: si può fare diversamente? Innanzitutto si potrebbe cominciare con il chiamare le cose col proprio nome e, se di patrimoniale statale occulta si tratta, allora è bene che i cittadini lo sappiano. Inoltre l’introduzione di una patrimoniale vera, che incida sui redditi più alti e attentamente modulata avrebbe consentito un intervento sulla prima casa più equilibrato e meno devastante per i bilanci familiari. Non si deve dimenticare infatti che se siamo a questo punto è anche per responsabilità del precedente governo, che in maniera del tutto improvvida e demagogica ha abolito l’ICI sulla prima casa.

Ora, per gli enti locali, si tratta di mettere a punto una piattaforma programmatica da portare al confronto con il governo, dove si individuino obiettivi condivisi che facciano soprattutto ripartire l’economia locale – sbloccando i pagamenti alle imprese _ e ridiano fiato e sostegno agli investimenti pubblici sul territorio, per i quali passa circa il 70 % della spesa complessiva. Gli strumenti ci sono, vedremo gli effetti della spending review sulla spesa centrale, e gli interventi annunciati sul patrimonio pubblico. Anche la strada della tassazione delle transazioni finanziarie può essere praticata se serve a liberare risorse in senso anti recessivo.
Abbiamo perfetta coscienza degli obiettivi di finanza pubblica e della situazione di crisi finanziaria in cui versa il paese, con i rischi ancora non scongiurati di aggressione da parte dei mercati finanziari. Ma siamo altrettanto consapevoli e convinti che occorra evitare un pericoloso avvitamento in una spirale di tagli e recessione. Se il federalismo fiscale non è stato uno scherzo, se siamo tutti costretti a rivedere le nostre consolidate convinzioni e abitudini e a fare i conti con le proprie responsabilità di fronte al paese, allora bisogna avere più fiducia anche nei Comuni, nel loro ruolo e nell’enorme potenzialità che esprimono nel garantire consenso e coesione sociale.

FOCUS / Spending review anche per enti locali? “Ok, ma non cali dall’alto”

Antonio Misiani, deputato e membro dell’ufficio di presidenza di Legautonomie : “Non imporla dall’alto”
Il settimanale di approfondimento tematico a cura di Legautonomie e Agenzia Dire si occupa questa settimana di spending review.
Gli interventi di: Antonio Misiani, deputato e membro dell’ufficio di presidenza di Legautonomie; Roberto Reggi, sindaco di Piacenza; Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia; Fabrizio Pezzani, ordinario di Programmazione e controllo nelle Pubbliche amministrazioni all’università Bocconi.
 
ROMA – E’ “inevitabile” che la revisione della spesa riguardi anche comuni, province e regioni, in un sistema come quello italiano in cui “una quota rilevante della spesa pubblica è gestita dalle autonomie locali. In particolare “la questione dei fabbisogni standard di comuni e province che sono uno strumento essenziale per la razionalizzazione della spesa a livello locale, oltre alla gestione associata dei servizi avviata recentemente. Quindi per gli enti locali il tema è “individuare dei parametri efficienti di spesa e anche delle dimensioni ottimali di erogazione dei servizi, che dovrebbero essere l’obiettivo della gestione associata in grado di superare la frammentazione, tenendo conto però della grande diversità di situazioni a livello locale”.

MISIANI: NON IMPORLA DALL’ALTO – L’obiezione che viene avanzata dagli amministratori, però, punta l’indice su un ‘accanimento’ dello Stato centrale nei confronti degli enti locali, già duramente colpiti dal patto di stabilità. Ma per Antonio Misiani, deputato e membro dell’ufficio di presidenza di Legautonomie, una “scelta utile puo’ essere quella di accelerare alcuni processi attivati con il federalismo fiscale e le ultime manovre finanziarie. Se il processo viene fatto in modo serio non ci saranno difficoltà, perché verranno premiate le realtà e si stabiliranno degli obiettivi per quelle più arretrate. Se invece il meccanismo verrà imposto dall’alto, come per il patto interno di stabilità, il rischio è che la situazione si complichi ulteriormente per le autonomie locali: senza una flessibilità c’è il pericolo che le amministrazioni vengano costrette in una camicia di forza”. C’è poi il tema dell’accorpamento delle province, secondo Misiani una scelta “inevitabile in un Paese che ha visto negli ultimi vent’anni la costituzione di nuove realtà spesso di dimensione demografica veramente piccola. E’ l’intera organizzazione territoriale delle amministrazioni pubbliche a dover essere rivista, come ad esempio gli uffici periferici di alcuni ministeri, sulla scia di quanto hanno già fatto la Banca d’Italia e in parte il ministero dell’Economia”.

Sotto la lente d’ingrandimento ci sono poi le società partecipate degli enti locali: “Bisogna prima di tutto fare chiarezza sui conti a livello locale- afferma Misiani- accelerando sull’introduzione dei bilanci consolidati, che tengano conto anche del gran numero di società costituite da comuni e province. E anche in quel caso serve un’azione di drastica razionalizzazione perché spesso le società sono poco più di finzioni, costano molto e gestiscono servizi che potrebbero essere gestiti dal comune o che andrebbero messi sul mercato”.

C’è poi un controllo sui conti pubblici che può arrivare dal basso, dai cittadini e dalle associazioni. “Sicuramente la trasparenza e la pubblicazione di dati come gli stipendi degli amministratori e le spese di rappresentanza può essere una forte spinta per razionalizzare le spese. Ma in un contesto, ci tengo a sottolinearlo, in cui gli enti locali hanno fatto la loro parte fino in fondo in questi anni per il risanamento della finanza pubblica. Nel complesso il comparto dei comuni è vicino al pareggio e in alcuni casi in avanzo di bilancio. Bisogna guardare alle responsabilità di ciascuno per quanto riguarda il peggioramento dei conti pubblici e poi fare operazioni più equilibrate possibili. La spending review- conclude Misiani- deve prima di tutto lavorare sui ministeri e a livello centrale”.

REGGI (SINDACO DI PIACENZA): RAZIONALIZZARE SPESE, NOI LO ABBIAMO GIA’ FATTO – ‘La razionalizzazione degli sprechi serve sempre. Il punto e’ che noi l’abbiamo gia’ fatta da un pezzo. Mi piacerebbe, ed auspico, che anche altri comparti dello Stato facciano altrettanto’ spiega alla Dire Roberto Reggi, sindaco di Piacenza, e aggiunge: “Queste sono scelte che non si possono rinviare piu’ nel tempo”.

Quali sono state le linee guida del risparmio nel suo comune? ‘Abbiamo lavorato molto sulle forniture e sugli appalti. La gestione dei servizi e’ stata data aiprivati con la nostra partnership, in modo di poter attuare un monitoraggio e controllo continuo per far si’ che i servizi non perdessero di qualita’. Questo per citare qualche esempio’. Una seria razionalizzazione della spesa, potrebbe permettere ai comuni di non aumentare l’aliquota Imu sulla prima casa?’Quello dell’Imu e’ un problema che riguarda il rapporto con lo Stato. Non possiamo ridurre l’aliquota finche’ non si sara’ chiarito e rinegoziato questo rapporto. Se la tassa fosse solo comunale allora i singoli amministratori locali avrebbero veri margini di intervento e di razionalizzazione, potendo poi reinvestire i soldi nella comunita’. Purtroppo, invece, cosi’ com’e’ l’Imu adesso, ci ritroviamo nello spiacevole ruolo di gabellieri per conto dello Stato’.

CATTANEO (SINDACO DI PAVIA): HO TAGLIATO QUASI TUTTE LE CONSULENZE – ‘Revisione della spesa anche per gli Enti locali? Assolutamente si’” risponde alla Dire Alessandro Cattaneo, 33 anni, sindaco di Pavia e vicepresidente nazionale Anci, e aggiunge: “Non bisogna certamente porsi dei limiti alla spesa pubblica in generale, figuriamoci poi in un momento come questo. A volte i sindaci hanno le mani legate pero’. La verita’ e’ che ci vorrebbe un sistema meritocratico anche nel pubblico impiego con stipendi in parte fissi e in parte legati ai risultati’.Voi cosa avete fatto a Pavia? ‘Guardi noi adesso spendiamo 900mila euro in meno solo di personale. Siamo passati da 670 dipendenti a 620 e riusciamo tranquillamente a portare avanti il comune. Inoltre abbiamo deciso di non dotarci di un dirigente comunale, che costerebbe 150mila euro di stipendio all’anno. Per quanto riguarda le spese di consulenza, siamo passati dai 400mila euro del 2008 ai 37mila del 2011. Ma i tagli si possono fare anche nelle cose piu’ stupide, partendo dalle bollette telefoniche o scegliendo delle lampadine a risparmio energetico, come abbiamo fatto noi con il teatro civico, uno splendido edificio del 1800′.Una seria razionalizzazione della spesa, potrebbe permettere ai comuni di non aumentare l’aliquota Imu sulla prima casa? ‘Il vero tema a monte, quando si parla di abbassare l’Imu, e’ la vecchia storia del patto di stabilita’. Si torna sempre li’: il patto ammazza le amministrazioni. Da quando sono stato eletto ad oggi, il patto che il mio comune deve rispettare e’ passato da 100mila a 8milioni di euro. Stiamo parlando di una cifra enorme e non posso investire un solo euro o abbassare l’aliquota Imu di un solo centesimo finche’ non appiano la cassa del patto’.

PEZZANI: SENZA CONTROLLI LA SPENDING REVIEW NON SERVE – “E’ un commissariamento dei comuni”. Questo il commento di Fabrizio Pezzani, ordinario di Programmazione e controllo nelle Pubbliche amministrazioni all’università Bocconi, alle prime misure sulla spending review decise dal governo Monti e che prevedono tagli anche per gli enti locali. “Il problema non è tanto la revisione della spesa, ma che si tratta di una risposta sbagliata a un problema diverso, una risposta vecchia a un problema nuovo. Si deve rimodificare il patto di stabilità con un modello regionale e non su un singolo comune, bisogna recuperare un’elasticità di gestione fondamentale oggi per ridurre le spese correnti che qualsiasi provvedimento di rigidità non permette di fare. Oltretutto, o si decide che questo è un Paese che deve essere governato a livello centrale, o si decide che è un Paese federale. Non è possibile stare nel mezzo, perché il patto di stabilità così come è concepito è un insulto alla ragioneria, è contrario al buonsenso, considera gli input ma non ha nessuna idea di quale siano gli output, per cui a parità di spese… si può spendere bene o male. In secondo luogo, quando ci sono dei vincoli di spesa su ogni singola voce, gli amministratori non riescono a organizzare le risorse di produzione: come ogni famiglia fa per mettere insieme il pranzo con la cena”. Pezzani insiste su questi punto aggiungendo che sono nozioni “banali, da primi anni di economia aziendale”. E che “alla fine, quando il patto diventa strangolante, la reazione di fronte a una manovra iniqua spinge ad eludere il patto. Le conseguenze? Una caduta degli investimenti sulle infrastrutture pari al 25%. E il 70% degli investimenti lo fanno le autonomie locali”.Per quanto riguarda le società partecipate degli enti locali, Pezzani spiega che “sono una conseguenza di un patto di stabilità stupido. Sono state sistematicamente un’elusione del patto, perché il loro debito non è il consolidato nel bilancio del comune. Ed è lì che si crea il vero buco”. Secondo Pezzani, con un modello di tipo regionale si potrebbero “abituare i comuni a interagire tra di loro: perché ad esempio ce ne potrebbe essere uno che ha disponibilità di cassa ma non la usa perché non gli serve, e un altro che invece ha bisogno di cassa ma non ha disponibilità”.La critica del professore bocconiano è chiara e diretta: “Non si può ragionare sul debito pubblico pensando a dei modelli, non si può studiare un’impresa guardandola sul desktop di un pc a via XX Settembre”. La ricetta per lo sviluppo e per la crescita è “ripensare il patto territoriale, trasferire una parte delle responsabilità dirette sulle amministrazioni, scaricare le amministrazioni centrali, dare un ruolo importante alla Corte dei Conti, che controllerebbe più facilmente venti regioni piuttosto che ottomila comuni. Bisogna quindi semplificare i controlli: il problema di questo Paese non è la spending review, ma il non funzionamento dei sistemi di controllo. Non si può ripensare una legge ogni volta che una cosa va male: senza le verifiche sul campo, neanche la spending review servirà a qualcosa”.

Agcom: ritardi banda larga frenano crescita Pil dell’1,5%

Il presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni Corrado Calabrò ha presentato il bilancio di fine mandato (2005-2012).
Secondo l’Authority “il ritardo nello sviluppo della banda larga costa all’Italia l’1 e l’1,5% del Pil”. Per quanto riguarda la banda larga fissa, spiega l’Agcom, l’Italia è sotto la media europea, con 21 linee ogni 100 abitanti contro le 27 dell’Europa, per numero di famiglie connesse a internet (62% contro il 73%) e a internet veloce (52% contro 67%), per gli acquisti e per il commercio on line. Per le esportazioni mediante l’Ict l’Italia è fanalino di coda in Europa; solo il 4% delle pmi vendono online, mentre la media Ue-27 è del 12%.
In allegato il documento completo.

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