L’Appello: Per un federalismo che può salvare l’Europa

di Giuliano Amato, Jacques Attali, Emma Bonino, Romano Prodi
Una grave crisi politica e sociale travolgerà i paesi dell’Euro se essi non decideranno di rafforzare la loro integrazione. La crisi della zona Euro non è iniziata con la crisi greca ma è esplosa molto prima, quando è stata creata un’unione monetaria senza unione economica e fiscale nel contesto di un settore finanziario drogato da debiti e speculazione. (continua…)

Certo, i debiti pubblici sono esplosi in questi ultimi trent’anni ma sono gli squilibri fra i paesi della zona Euro che hanno determinato la situazione attuale. Da una parte, un insieme costituito dai paesi del Nord Europa con la Germania in testa ha costruito la sua economia sulla competitività e le esportazioni. D’altra parte, i paesi della periferia hanno utilizzato deboli tassi di interesse per alimentare la loro domanda interna e costruito la loro economia su settori di beni non esportabili o meno sottoposti alla concorrenza esterna come il settore immobiliare.

L’esplosione della crisi greca ha messo in luce questi difetti strutturali, creando una crisi di fiducia nella sostenibilità dei debiti pubblici: i creditori hanno scoperto l’insostenibilità degli squilibri nella zona Euro. I tassi di interesse sono schizzati in alto fino a creare un effetto-valanga: quando i tassi di interesse sono superiori alla crescita del Pil, il debito si autoalimenta a meno che non si riescano a realizzare surplus di bilancio importanti. Per realizzare questi surplus, ogni paese è stato costretto ad adottare piani drastici di salvataggio e l’intervento della Bce ha concesso loro solo qualche mese di respiro.
La mancanza di coordinamento ed i piani di salvataggio adottati volta per volta non permettono di rendere compatibili il rigore finanziario e la crescita economica. Peggio ancora i tagli alle spese, cercando di realizzare dei guadagni immediati, colpiscono soprattutto le spese sociali e gli investimenti, condizionando negativamente il futuro. Questo clima di incertezza frena la domanda e le famiglie preferiscono risparmiare in previsione di future tasse.

Contemporaneamente, le banche limitano i crediti al settore privato per risanare i loro bilanci. Cosicché il rilancio non può venire né dalla domanda né dagli investimenti privati né dagli appalti pubblici. I paesi più indebitati sono dunque destinati ad una crescita molto debole o peggio alla recessione, il che aggrava il peso dei loro debiti. Se lo scenario attuale si perpetuerà nel tempo, l’Euro non potrà più disporre dei mezzi per resistere alle tendenze centrifughe ed alla crescita dei populismi.
La fine dell’Euro sarà allora solo questione di tempo. L’Unione europea non potrà uscire da questa crisi senza un cambio di paradigma. Un’altra via di uscita è possibile. Essa consiste nel correggere gli squilibri dell’Unione economica e monetaria superando le insufficienze del trattato di Lisbona per andare al di là del coordinamento fra Stati membri. Essa consiste nel denunciare, ridurre e progressivamente annullare i costi della non-Europa.
Per giungere a questi risultati occorre rilanciare la produttività attraverso riforme strutturali in particolare nel settore dei servizi ed investimenti in progetti generatori di crescita. Essi esistono già: nella trasmissione di energia e nell’efficienza energetica, nei trasporti puliti e nelle politiche urbane, nell’aeronautica e nella ricerca… gli industriali dispongono di progetti su scala europea per i quali è necessario il concorso finanziario di tutti i paesi.
Per questa ragione è urgente creare dei project bonds, cioè del debito buono, finanziando esclusivamente progetti generatori di futuri redditi. La Bei potrà senza difficoltà assumere a proprio carico questi progetti sulla base di proposte della Commissione europea. Occorre circoscrivere poi i debiti del passato mutualizzandone una parte, come proposto dal Consiglio degli esperti tedeschi o dall’Istituto Bruegel. Tale misura diminuirà i tassi di interesse e darà ai paesi indebitati nuovi margini di manovra.
All’interno di questa logica occorrerà rafforzare la cooperazione fra la Commissione e i ministeri del Tesoro nazionali nel quadro di un’autorità fiscale europea e nella prospettiva di creare un Tesoro europeo utilizzando il metodo applicato alla BCE che fu preceduta dall’Istituto Monetario Europeo. Si tratta di una nuova tappa verso la creazione di un governo dell’economia europea con un ministro federale delle finanze. Ma gli investitori acquisteranno i project bonds solo se i mezzi per rimborsarli non proverranno dal contributo volontario dei paesi della zona Euro, perché aumenterebbe il loro debito.
Soltanto un’imposta europea nel quadro di un bilancio federale potrà dare credibilità adeguata a questo strumento di crescita. Per finanziare il bilancio federale si può pensare a un punto in percentuale dell’Iva, a una carbon tax e a una tassa sulle transazioni finanziarie. Sarà allora possibile generare con i project bonds più di 1000 miliardi di Euro per investire in progetti di avvenire, rilanciare una vera crescita, proporre una visione convincente dell’Europa e creare i meccanismi per la soluzione degli squilibri che sono all’origine dell’Unione economica e monetaria.
Nessuna imposta potrà essere tuttavia decisa senza legittimità democratica e senza risolvere la crisi di fiducia fra l’Unione europea e i suoi cittadini, offrendo agli Europei una nuova prospettiva. L’Euro non potrà sopravvivere senza un progresso politico democratico decisivo.
Noi chiediamo che i deputati europei della zona Euro si riuniscano immediatamente – aperti alla partecipazione di altri deputati europei che lo vorranno – per precisare il cammino che dovrà essere intrapreso da oggi alle elezioni europee nel 2014. Sulla base delle proposte che saranno elaborate, noi chiediamo ai deputati europei di promuovere l’organizzazione di assise interparlamentari sull’avvenire dell’Europa a partire dalla zona Euro, che accoglieranno delegazioni del Pe e dei parlamenti nazionali come era stato proposto da François Mitterrand davanti al Parlamento europeo alla vigilia della caduta del Muro di Berlino.
Questo federalismo di necessità darà vita ad una vera Europa politica e sociale, le cui istituzioni garantiranno un giusto equilibrio fra politiche monetarie e di bilancio, la stimolazione dell’attività economica, le riforme strutturali della competitività e la coesione sociale rafforzata. La sopravvivenza dell’Euro passa attraverso un governo economico europeo ed un bilancio europeo di crescita. Solo il federalismo sarà capace di evitare il fallimento dell’Euro e le sue conseguenze disastrose sulla vita di tutta l’Unione europea. Esso aprirà agli Europei la via verso un’Europa giusta, solidale e democratica in grado di garantire il suo spazio centrale nel mondo.

I primi firmatari:

Giuliano Amato
Jacques Attali
Enrique Baron Crespo
Emma Bonino
Rocco Cangelosi
Jean-Marie Cavada
Fabien Chevalier
Daniel Cohn-Bendit
Stefan Collignon
Catherine Colonna
Pier Virgilio Dastoli
Monica Frassoni
Evelyne Gebhardt
Pauline Gessant
Sandro Gozi
Ulrike Guerot
Guillaume Klossa
Pascal Lamy
Philippe Laurette
Jo Leinen
Anne-Marie Lizin
Alberto Majocchi
Pascual Maragall
Philippe Maystadt
Yves Mény
Haris Pamboukis
Romano Prodi
Alberto Quadrio Curzio
Barbara Spinelli
Francisca Sauquillo
Anna Terròn
Jacques Ziller

Riformare le istituzioni e rilanciare l’economia, insieme si può

Il presidente di Legautonomie Umbria Claudio Fallarino: “Togliere i vincoli del patto di stabilità”
Il settimanale di approfondimento tematico a cura di Legautonomie e Agenzia Dire si occupa questa settimana di “Riforme istituzionali e rilancio dell’economia”, in occasione del Convegno organizzato da Legautonomie, la Provincia di Perugia e dall’Upi che si tiene oggi a Perugia presso il Palazzo della Provincia.
Gli interventi di: Claudio Fallarino, consigliere alla Provincia di Perugia e presidente di Legautonomie Umbria; Franco Asciutti, consigliere alla Provincia di Perugia e senatore del Pdl; Antonio Saitta, presidente della Provincia di Torino e vicepresidente Upi.

ROMA – In bilico tra necessità e utopia, forse è meglio parlare di una sfida. La domanda, in tempi di crisi più che mai attuale, riguarda un obiettivo inseguito da decenni e cammina parallela al debito italiano: si possono riformare le istituzioni e rilanciando contemporaneamente l’economia? Le risposte verranno dal convegno organizzato venerdì a Perugia da Legautonomie, Unione delle Province italiane e la stessa Provincia di Perugia.

Durante il dibattito verrà esaminata il percorso normativo attuale ancora aperto sulla riforma delle province, tenendo sempre in considerazione il quadro impostato con la riforma del Titolo V della Costituzione, che riguarda il decentramento amministrativo e il federalismo fiscale. Un tema che oggi sembra superato o addirittura dimenticato.

Quello che appare evidente, comunque, è un pensiero comune: le province vanno riformate, ma ‘senza demagogia e con serietà’. Eliminando gli sprechi e puntando a una organizzazione migliore delle risorse per avere efficienza istituzionale. Rilanciare l’economia si può.

ASCIUTTI (SENATORE PDL): BASTA, NON SI PUO’ RILANCIARE ECONOMIA SOLO CON I TAGLI – ‘Non si può rilanciare l’economia pensando solo al risparmio. Eliminando però gli sprechi e le spese improduttive è possibile attuare un rilancio delle province’. Ne è convinto il consigliere provinciale e senatore del Pdl Franco Asciutti, intervistato dall’agenzia Dire. ‘E’ possibile, ad esempio, intercettare risorse affinché anche l’istituzione provinciale possa operare sulla linea degli investimenti che riguardano infrastrutture, strade, scuole, le quali indubbiamente producono lavoro e possono, anche se di poco, aiutare il rilancio dell’economia. In tal senso, vanno azzerate le spese deficitarie di tanti immobili delle province, i cui canoni di affitto eccedono in modo davvero anomalo e atipico. Sarebbe invece più corretto vendere immobili improduttivi e con il recupero di queste risorse comprare uffici utili alla comunità’.

Indubbiamente il patto di stabilità rappresenta un ostacolo che lascia ‘certamente ben poco’ margine di libertà agli enti locali. ‘Mi auguro- spiega Asciutti- che il governo Monti forzi la mano all’Europa per utilizzare risorse finalizzate ad investimenti anche superando il Patto di stabilità, posto certo a garanzia del debito pubblico, ma che talvolta blocca risorse finanziarie che servono a far ripartire l’economia del territorio’. Ma non c’è solo il patto di stabilità: “Forse uno tra gli ostacoli principali è il sentimento che si è andato ingenerando nella comunità italiana sulla presunta inutilità della istituzione provincia. Tutto ciò è dovuto esclusivamente anche ad una cattiva informazione mediatica che demagogicamente ha spesso scaricato sui costi dell’istituzione provinciale quello che è il cattivo uso del danaro pubblico speso a tutti i livelli”.

A questo punto resta aperta una questione: è meglio abolire o lasciare le Province? “Né l’uno né l’altro. Resto convinto della importantissima funzione e del ruolo di cerniera che la provincia svolge tra ente locale e regione. Chiaramente dobbiamo razionalizzare il numero per tornare alla individuazione di territori provinciali idonei e adeguati a svolgere un serio servizio ai cittadini. A mio avviso – conclude Asciutti – bene hanno fatto gli elettori sardi ad abrogare con referendum le ultime nuove province in quanto non hanno migliorato i servizi ma hanno solo raddoppiato i costi”.

SAITTA: PROLIFERAZIONE PROVINCE SENZA SENSO – “Sono d’accordissimo con il popolo sardo: negli ultimi decenni sono nate province disabitate che non hanno senso”. Ne è convinto Antonio Saitta, presidente della Provincia di Torino e vicepresidente Upi, che in vista del convegno di venerdi’ a Perugia dal titolo ‘Riforme istituzionali e rilancio dell’economia’, fa il punto in un’intervista all’agenzia Dire. Presidente, quali sono le proposte dell’Unione delle province italiane per rilanciare l’economia?

‘La prima necessità è pagare i fornitori e aiutare così le aziende. Stiamo parlando di ditte che hanno costruito strade e ristrutturato scuole. Le amministrazioni locali devono avere l’obbligo di occuparsi della sicurezza dei cittadini con questi, eppure per via del patto di stabilita’ non possono pagare o avviare altri interventi del genere. Stiamo parlando quindi di un problema che non e’ solo economico ma coinvolge anche la sicurezza. A volte poi succede che queste imprese si rivolgano giustamente alla magistratura, che puntualmente gli da’ ragione e ci costringe a pagare anche le spese legali. Quindi il rigore del patto non porta certo a un risparmio per lo stato’. A proposito di sprechi, in Sardegna e’ appena passato, con un’affluenza record, un referendum che taglia le province. Probabilmente, in questo periodo di crisi, se si riproponesse a livello nazionale verrebbero abolite del tutto…

“Come Upi siamo sempre stati contrari alla province nate negli ultimi decenni. Sono realtà che spesso coincidono con territori piccoli e disabitati. Questi enti senza senso devono sparire e sono d’accordissimo con il popolo sardo e la sua scelta. Certo e’, che se si vuole fare una spending review come si deve, bisogna tagliare anche altri enti inutili…” Qualche esempio? “E’ pieno di uffici periferici dello Stato, a cominciare dalle prefetture, che proliferano in Italia e sono degli inutili sprechi. Negli ultimi decenni poi è nata una serie di enti con compiti che possono benissimo essere delegati a comuni, province e regioni. Con la Bocconi abbiamo stimato che grazie alla razionalizzazione di questi enti e all’accorpamento delle province, lo Stato potrebbe risparmiare fino a cinque miliardi”.

FALLARINO: TOGLIERE I VINCOLI DEL PATTO DI STABILITA – “Non solo si possono riformare le istituzioni rilanciando al tempo stesso l’economia, ma si deve farlo’. La pensa così Claudio Fallarino, consigliere alla Provincia di Perugia e presidente di Legautonomie Umbria, il quale però si sofferma sugli aspetti critici che un percorso del genere prevede. ‘La riforma delle province, che ancora non si sa bene come si svilupperà, rischia di togliere l’aspetto di coordinamento che queste avevano rispetto ai comuni. E dobbiamo anche capire – spiega Fallarino – se gli stessi comuni, che probabilmente dovranno prendere in mano alcune competenze delle province, saranno in grado di svolgere ogni compito e gestire le politiche territoriali in maniera compiuta. Secondo me no. E per politiche territoriali non parlo solo di questioni urbanistiche, per esempio, ma anche di quelle ambientali, relative alla formazione… L’elenco è lunghissimo. Credo che questo sia un punto critico su cui riflettere pensando alle cosiddette unioni dei comuni. Tanto più considerando che neanche le stesse province, se dovesse passare la bozza di riforma che le trasforma in enti di secondo livello, forse sarebbero adatte per svolgere le mansioni precedenti”.

Resta da capire la direzione che si vuole prendere per rilanciare l’economia. La sensazione è che non basti affidarsi a un’operazione di semplici tagli per recuperare fondi, ma che ci sia bisogno di un percorso ragionato e strutturato. “In un Paese normale – dice Fallarino – le riforme non si fanno risparmiando, anche se purtroppo oggi in Italia questa è un’ulteriore strada da percorrere. Resto però dell’idea che le riforme, soprattutto se riguardano ambiti istituzionali, debbano avere una visione a 360 gradi e non focalizzarsi eliminando a cascata prima le comunità montane, poi le province e così via. E’ come sfogliare lentamente una margherita fino a rischiare di non avere più un petalo. Quello che noi teniamo a dire, anche organizzando il convegno di Perugia, è che le istituzioni locali sono un motore per l’economia e una delle cose prioritarie da fare è svincolare il più possibile gli enti dal patto di stabilità affinché si possa mettere in circolo un po’ di denaro liquido sotto forma di lavoro per dare fiato all’economia. Pensiamo solo al fatto che oggi gli enti sono costretti a non pagare i lavori richiesti per non sforare il patto. Poi il governo potrebbe cambiare alcune impostazioni economiche, andando a recuperare risorse da altre parti affinché si possa abbassare il debito”. Se non si agisse in questa direzione, di fronte abbiamo “il pericolo che al Paese possano bastare i tecnici della ragioneria generale dello Stato per governare l’Italia. Che invece – conclude Fallarino – ha bisogno di scelte politiche, fatte da chi rappresenta i cittadini all’interno delle istituzioni”.

Legge elettorale, Filippeschi: “Doppio turno via maestra, nelle città alla prova da vent’anni. Garantisce a cittadini stabilità politica e scelta governo”

“Noi sindaci abbiamo una fortissima preferenza per il doppio turno. Non c’è dubbio. Le città lo hanno messo alla prova da vent’anni. Nessuno tornerebbe indietro. E’ il sistema elettorale che garantisce ai cittadini stabilità politica e la scelta del governo e che, con i collegi, può rinnovare i partiti e riavvicinarli alla parte migliore della società. Inoltre, evita la frammentazione pur dando rappresentanza alle forze che non si coalizzano”. A dichiararlo il presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi che interviene nel dibattito sulla nuova legge elettorale, a margine della cerimonia di consegna delle ‘Bandiere Blu’ ai comuni italiani.
 
“Anche in questo caso chiediamo di essere ascoltati. Siamo i testimoni privilegiati di come i cittadini apprezzano le virtù del sistema francese.

E’ la via maestra se si vuole fare una riforma vera, che superi il porcellum e non riproponga altre schifezze e pasticci. Ricordo bene che un centrista intelligente come Bruno Tabacci aprì al doppio turno nella passata legislatura. Mentre Gaetano Quaglieriello è maestro dei vantaggi di questo sistema.

E’ il momento del coraggio. Vale per la legge elettorale come per la riforma del Parlamento e per l’istituzione del Senato delle Regioni e delle Autonomie – aggiunge ancora Filippeschi – innovazione più che matura e assai ben vista dai cittadini. Dalla crisi di fiducia nella politica si esce solo riformando le istituzioni della politica. I conservatori e i demagoghi, che speculano sulla crisi, devono essere battuti. E’ interesse di tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Italia”.